C’è un luogo, nell’Appennino beneventano, dove l’olio extravergine di oliva non è solo un prodotto, ma un linguaggio che tiene insieme generazioni. A Circello, lo scorso 15 marzo, il Convento di San Francesco ha ospitato la decima edizione di “L’Olio Nuovo del Mio Paese”. Non una semplice gara, ma
un dispositivo che da dieci anni prova a invertire la rotta: valorizzare ciò che spesso resta invisibile.
L’idea, portata avanti dall’Associazione Culturale Cercellus, è nata con un obiettivo che sfida le logiche tradizionali. Non solo premiare le aziende, ma accogliere chi produce olio per sé, per la famiglia, per la propria dispensa. In un territorio come l’Alto Sannio beneventano, dove nel solo comune di Circello quasi il 90% delle famiglie raccoglie le olive e frange per il proprio fabbisogno, questo non è un dato residuale: è la spina dorsale di una comunità.
Eppure, quel mondo ampio e radicato viene spesso dimenticato dalle politiche di settore. Escluso dai percorsi di formazione, dall’innovazione, dai mercati. È qui che “L’Olio Nuovo del Mio Paese” compie il suo scarto più profondo: prende ciò che è domestico e lo mette in dialogo con l’eccellenza. Accoglie piccoli produttori non professionisti, quelli che non compaiono in nessun registro, e li accompagna in un percorso di crescita, confronto e consapevolezza.
Il concorso, così, smette di essere un evento e diventa modello. Un laboratorio territoriale che trasforma una pratica antica — quella di produrre olio per i propri bisogni — in risorsa economica, coesione sociale, presidio identitario. Perché mettere a sistema le piccole produzioni, in un’epoca di spopolamento delle aree interne, non è solo una questione tecnica: è una scelta strategica, quasi un atto di resistenza.
La decima edizione: non crescono solo i numeri



Alla X edizione hanno preso parte 22 campioni: 15 dal territorio di Circello e 7 dai comuni vicini di Pontelandolfo, Morcone e Baselice. Un segnale
chiaro che il raggio d’azione si allarga, e con esso l’interesse verso una modalità inedita di intendere lo sviluppo.
I campioni sono stati valutati da un panel di assaggiatori professionisti costituito da: Alessandro Barbara, Cassetta Sebastiano, Donadio Laura, Forte Mauro, Isoldi Pasquale, Manoni Remo, Pellicano Mario e Terminiello Maria Rosaria; guidati da Michele Trimarco (Presidente dell’Associazione Assaggiatori Associati e l’attuale Vice Capo Panel della Camera di Commercio di Salerno). Le analisi chimiche dei campioni sono state effettuate presso il Laboratorio San Gallo di Grottaminarda. La scelta di coinvolgere gli Assaggiatori Associati, una struttura con una lunga esperienza nella formazione e nelle attività certificate a livello regionale e nazionale, ha restituito alla gara un rigore che si accompagna alla volontà di elevare il livello qualitativo di tutti i partecipanti.
Un aspetto distintivo è stato il confronto diretto: ogni produttore ha ricevuto indicazioni dettagliate su punti di forza e criticità dei propri oli. Nessuno escluso. Perché in questo modello, la competizione diventa leva di apprendimento collettivo che inevitabilmente fa crescere l’evento.
Né vinti né vincitori, ma una classifica andava fatta
A chiudere la giornata, le premiazioni. Il primo posto è andato a Domenico Mancini, dell’omonima azienda agricola di Pontelandolfo. Secondo classificato Dario Fusco, dell’azienda “Il Piacere del Gusto” di Circello. Terza l’Azienda Agricola Filomena Varrone, sempre di Pontelandolfo. Ma più che una graduatoria, quella che è emersa è la mappa di un territorio che impara a riconoscersi nei propri frantoi e nelle proprie colline.
Ad arricchire la giornata, il convegno dal titolo “Sviluppo sostenibile: crescere senza consumare il futuro”, affrontato da Remo Manoni, già direttore ARPA Molise e chimico ambientale; Michele Lucia, biologo, ha moderato gli interventi e Michele Trimarco ha proclamato i vincitori dell’Edizione 2026. Tre voci che hanno restituito spessore a un’idea di progresso capace di tenere insieme ambiente, comunità e qualità della vita.
Oltre il concorso
“L’Olio Nuovo del Mio Paese” non è solo un concorso. È il tentativo concreto di dimostrare che anche le aree interne, quelle che spesso i rapporti demografici descrivono in contrazione, possono essere laboratori di futuro. Partendo dal basso, dalle mani che raccolgono le olive, dai saperi che si tramandano, da un’olivicoltura diffusa che aspetta solo di essere riconosciuta come parte di una strategia. In dieci anni, l’iniziativa ha costruito qualcosa di raro: un ponte tra chi l’olio lo produce per sé e chi lo porta ai massimi livelli di qualità.
Gigi Di Maria
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