Le prime tracce dell’ulivo a Buccino, piccolo Comune della provincia di Salerno, risalgono al terzo millennio a.C.
Durante alcuni scavi archeologici iniziati a Buccino dal professore archeologo Ross Holloway verso la fine degli anni ‘60 e continuati poi dal professor Stephen L. Dyson agli inizi degli anni ‘70, tra le tante sensazionali scoperte archeologiche risalenti alla civiltà del “Gaudo” e del “Protoappenninico”,
l’archeologo Holloway rinvenne, accanto ad una postazione di lavorazione della ceramica, tanti noccioli di ulivo.
Preso dallo stupore e dalla curiosità, non sapendo cosa fossero, li sottopose ad un’analisi scientifica approfondita.
Il risultato fu: noccioli di olive del III millennio a.C..
Data la notevole importanza, al convegno sul tema “La storia delle indagini e degli scavi”, che si tenne a Buccino l’undici dicembre 2004, nell’aula consiliare del Comune; l’archeologo Ross Holloway (foto a sinistra), parlando ad una platea attenta, si rivolse agli storici, dicendo: “Riscrivete i libri di testo, perché l’ulivo non fu importato in Italia dai Greci, ma qui l’ulivo era già presente, quantomeno, dal terzo millennio a.C., e non solo l’ulivo era già presente a Buccino, ma era anche, già, fonte di nutrimento e sostentamento”.
Infatti, la scoperta dei tanti noccioli di ulivo tutti nello stesso posto, ovvero accanto ad una postazione di lavorazione della ceramica locale, portò il famoso archeologo statunitense ad ipotizzare un regolare consumo alimentare delle olive, da parte dell’artigiano durante la fase lavorativa della ceramica.
Il periodo romano e successivo
Nel corso dei millenni successivi sono emerse testimonianze di attività olivicole, grazie ad alcune scoperte archeologiche: “Gli scavi, diretti da Stephen
L. Dyson della Wesleyan University, interessarono alcune località di Buccino (Pareti, San Nicola, Vagni e Vittimose), con il ritrovamento di quattro ville rustiche, il cui impianto fu messo in relazione con le riforme graccane operate nel territorio.” (2). Infatti, l’attività olearia è documentabile anche nel II sec. d.C., così come confermano i pressoi (torcular olearium) per la spremitura e le vasche di decantazione dell’olio, rivestite in cocciopesto, in cui furono rinvenuti alcuni doli frantumati. Tra gli elementi architettonici, che ornavano l’impianto originario di questa villa con l’attività prevalentemente adibita a frantoio (trapetum), vi erano decorazioni a stucco e pitture primo stile, inoltre capitelli corinzi e antefisse. Nel centro Urbano di Volcei, lungo il decumano superiore, esisteva un trapetum, uno dei tanti frantoi volceiani, che, indubbiamente, costituirono, sin dall’antichità, l’economia vitale della piccola città. “Una spettacolare volta a vela, strutturata in cementizio e sorretta da arcate a conci radiali, caratterizzava l’ambiente originario del frantoio. Nel pavimento, con residui di cocciopesto, era incassata la base lapidea del torchio (torcular olearium) con solco circolare e canaletto di scolo, affine ad un esemplare nel foro pestano”(3).

(2) e (3). Giuseppe Arduino, Iter Volceianum
Disciplinare di molitura del 1800
A conferma della rinomata tradizione olearia di Buccino, basti dire che nel 1818 nel solo centro urbano funzionavano ben quattordici trappeti (frantoi). I documenti ci illustrano come avveniva la macinatura (molitura) delle olive in un frantoio dell’epoca:
“Ivi nella quantità di 2 tomoli e mezzo le olive si dispongono in una specie di piatto concavo di pietra che abbia il diametro di circa sei o sette palmi.
Evvi una ruota di pietra altrettanto della grossezza di circa due palmi e della larghezza di 4 o 5, nel cui centro vi è un asse di legno che presenta nella posizione orizzontale la sua estremità ad un giumento che gira intorno e mette in rivoluzione la ruota camminando lentamente, restando, così, schiacciate le olive.
Un uomo a seconda che la ruota le pesta, egli le presenta delle altre con una pala di ferro perché siano schiacciate egualmente.
Si compie due volte il giro della descritta circonferenza e quindi, riunita la pasta, ossia le olive già peste, si adattano a dose eguale in dodici fiscelle di giunchi ossia siscoli o fiscoli, i quali si vanno perpendicolarmente l’uno sopra l’altro a sottoporre al torchio.
Due uomini stringono la vite dell’ingegno che fissato in una tavola di due palmi per tre lascia che questa stringa il cosiddetto posto delle fiscelle.
L’oglio va a percolare in sotto in una mezza botte” (4).
Pasquale Isoldi
(4) L. Cassese. La statistica del Regno di Napoli 1811. Relazioni sulla provincia di Salerno 1955, citazione (G. Arduino).
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